Per handicap s'intende una condizione che mette un soggetto in una posizione
sfavorevole rispetto ad altri, in conseguenza ad una menomazione o disabilità
definita 'deficit'.
E' il deficit che limita il ruolo normale di quel soggetto.
E' opportuno approfondire da subito la differenza tra deficit e handicap:
"sono due facce della stessa realtà. Il primo rimanda all'aspetto
fisico, il secondo all'aspetto sociale" (Mottez B., 1979). Nel nostro
caso il deficit è l'udito, mentre l'handicap è l'insieme delle
difficoltà che la persona sorda incontra nell'interagire con la società.
Quindi una persona con un deficit grave, a causa di fattori individuali
e sociali, può avere un handicap inferiore a quello di altri con
deficit più lievi. Ad esempio se tutti conoscessimo il linguaggio
dei segni (la lingua visivo-gestuale usata dalle persone sorde, si veda.2.2)
l'handicap sarebbe quasi nullo per i sordi. La nostra è però
una società verbale e chi non padroneggia il codice linguistico vocale
è impossibilitato ad assumere ruoli di rilievo e si trova emarginato
in qualsivoglia situazione sociale.
La rinnovata attenzione che si è sviluppata a livello socioculturale
sul mondo dei sordi ha dato vita ad un dibattito sulla terminologia adottata
per descrivere la condizione di sordità.
In realtà è molto semplice scegliere la parola adatta per
definire quest'universo.
In questo articolo utilizziamo il termine sordo, comunità sorda,
persona sorda, visto che i sordi nella vita quotidiana e nella letteratura
da loro prodotta si autodefiniscono tali.
Per udire normalmente l'intero apparato uditivo deve essere integro.
La sordità è stata suddivisa in quattro livelli in relazione
alla perdita uditiva espressa in decibel:
LIEVE (con soglia tra 20 e 40 decibel)
MEDIA (con soglia tra 40 e 70 decibel)
GRAVE (con soglia tra 70 e 90 decibel)
PROFONDA (con soglia uguale o superiore a 90 decibel).
(La classificazione proviene dal Bureau Internationale d'Audiophpnologie.)
Nelle sordità gravi e profonde non c'è percezione della voce,
neppure se si parla vicini e a voce molto alta, mentre è possibile
la percezione delle vibrazioni per contatto corporeo o per risonanza e delle
frequenze più basse (40-80 hz) o più alte (250-500 hz).
Una distinzione iniziale importante è tra chi nasce sordo, o in ogni
modo perde l'udito entro i primi due anni di vita, e chi lo diventa successivamente.
Quelli di cui si tratta in questo articolo sono i sordi appartenenti al
primo gruppo, cioè coloro i quali non hanno avuto la possibilità
di apprendere il linguaggio in modalità vocale per la mancanza del
feedback acustico.
"Salvo rarissime eccezioni l'apparato fono-articolatorio dei bambini
che nascono sordi è assolutamente integro, ma soprattutto integra
è la loro 'facoltà di linguaggio' che semplicemente, in conseguenza
del deficit acustico, non può entrare in funzione nello stesso modo
in cui ciò avviene nei bambini udenti. Facoltà di linguaggio
è quella facoltà che permette ad ogni neonato di imparare
una lingua a patto di venir esposto ad essa." (Caselli et al., 1994)
Il bambino ha bisogno degli stimoli ambientali per sviluppare le potenzialità
della facoltà di linguaggio. Un bambino esposto al giapponese parlerà
giapponese, uno esposto all'italiano parlerà italiano, ma come parlerà
un bambino esposto ad un mondo silenzioso'
A questo punto si capisce quanto sia importante una diagnosi tempestiva
per lo sviluppo della facoltà di linguaggio in un bambino sordo,
perché le strutture della lingua vengono apprese facilmente nell'età
che va dai 0 ai 4 anni. Una diagnosi precoce permette alla famiglia di comunicare
in maniera efficace, aggirando il deficit, e di iniziare una terapia logopedica.
Purtroppo "l'età media alla diagnosi in Italia è tra
19 e 36 mesi" (De Capua B., 1999), malgrado oggi sia possibile sospettare
la sordità fin dal terzo giorno dopo la nascita.
Il ritardo nella diagnosi avviene o per impreparazione dei medici o spesso
anche per la riluttanza dei familiari a cogliere dei segni che porterebbero
alla necessità di affrontare un grande dolore.
L'handicap causato dalla sordità risulta invisibile ad un'osservazione
superficiale e difficile da cogliere in tutte le sue problematiche, spesso
si parla infatti della sordità come un handicap 'nascosto'.
Il primo ad affermare in modo esplicito che era possibile educare i
sordi fu il medico italiano Girolamo Cardano (1501-1576) che sembra avesse
anche elaborato un codice per l'insegnamento che purtroppo non sviluppò.
Egli affermava:
"E' necessario che chi è sordo impari a leggere e a scrivere,
poiché lo può fare proprio come chi è cieco. E' certo
una cosa difficile ma possibile anche per chi sia nato sordo. In realtà
noi abbiamo la possibilità di manifestare i nostri pensieri sia con
le parole sia con i gesti".
Prima di allora i sordi erano stati considerati semplicemente degli idioti
e quindi non educabili. Nel periodo successivo solo i sordi figli di nobili
riuscirono ad avere un istruzione tramite degli insegnanti privati. Nella
seconda metà del settecento l'abate De l'Epée iniziò
come precettore privato, ma arrivò ad aprire la prima scuola pubblica
per sordi dando una grande diffusione al suo metodo di insegnamento.
Il metodo De l'Epée è basato su una lingua dei segni che egli
rese convenzionale prendendo come base i segni che i suoi primi studenti
usavano tra loro. Visto che il suo scopo era quello di insegnare la lingua
francese aggiunse dei segni che identificavano le parti grammaticali, quindi
mostrava il segno associato al referente o ad un disegno di questo e in
ultimo con la parola francese scritta. Così procedendo dal concreto
all'astratto riuscì a istruire parecchi sordi tant'è che nel
1785 il suo istituto contava circa 70 allievi e il suo metodo si stava diffondendo
in tutta Europa e negli Stati Uniti.
Tra quelli che erano andati ad apprendere il metodo 'francese' c'era anche
il prete italiano Tommaso Silvestri. Egli dopo sei mesi di studi da De l'Epée
tornò a Roma dove aprì una scuola dal 1784 fino alla sua morte
nel 1789. Scrisse un libro che fu pubblicato parzialmente solo 100 anni
dopo la sua morte: "Sulla maniera di far parlare e d'istruire speditamente
i sordi e muti dalla nascita". Questo manoscritto è conservato
presso l'Istituto Nazionale dei Sordi di via Nomentana a Roma.
L'esperienza del Silvestri non rimase isolata; dalla fine del 1700 al 1850
vennero aperti in Italia moltissimi istituti per sordi.
"Da allora la storia dei sordi si identifica in larga misura con quella
delle istituzioni educative. E' all'interno di queste che i sordi passano
dieci anni della loro vita se non di più lontano dalle famiglie.
Sul piano linguistico era anche il luogo dove la maggior parte di loro,
non avendo genitori sordi, imparava la lingua dei segni". (Caselli
et al., 1994)
Un evento che ha diviso in due periodi distinti questa fase della storia
dei sordi è stato il congresso di Milano nel 1880. Prima di questo
congresso la lingua dei segni era utilizzata in quasi tutti gli istituti
per sordi come sistema per dare all'individuo sordo una competenza linguistica
di base, dalla quale partire per conseguire un'istruzione più approfondita
vocale o scritta. "In questo periodo assistiamo ad una fioritura di
opere scritte da persone sorde molto feconde, e anche all'inserimento di
diversi illustri sordi insegnanti negli istituti per sordi, quali Carbonieri,
Micheloni e Basso". (Radutzki E., 1992)
Al contrario dopo il 1880 scompaiono le testimonianze dirette dei sordi
e rimangono solo quelle degli educatori udenti. Nel congresso si deliberò
la superiorità della parola articolata sui gesti dichiarando la supremazia
del metodo orale per l'educazione dei sordomuti, cancellando improvvisamente
tutte le esperienze precedenti che utilizzavano i segni e il metodo misto.
Nascevano appena allora l'audiologia e la fonologia che ponevano la professione
medica in stretto rapporto col processo educativo, e il metodo oralista
della scuola tedesca era considerato l'espressione scientifica di questo
progresso; inoltre le associazioni dei sordi erano pronte ad accettare di
buon grado il cambiamento dai vecchi metodi a quello 'moderno e scientifico',
per ottenere in cambio un certo potere senza dover cedere completamente
l'istruzione dei sordi ai medici.
Il metodo orale rientrava nel progetto generale di omogeneizzazione linguistica
di un paese che cercava l'unità nazionale e la costituzione di un
potere centrale anche attraverso la repressione delle minoranze "perseguendo
l'idea che lingua e nazione fossero legate vicendevolmente in un rapporto
di corrispondenza e di stretta unità". (De Mauro T., 1993)
Infine anche il clero sostenne la scelta oralista facendone una questione
religiosa: perché il sordo possa pregare e confessarsi deve saper
parlare.
Nella realtà la lingua dei segni continuò ad essere usata
nella vita di tutti i giorni dai sordi al di fuori delle aule scolastiche.
Questa separazione portò ad una perdita di consapevolezza dei sordi
stessi sul fatto che i 'gesti' costituissero una lingua paragonabile a quella
verbale, permettendo così la supremazia dello status quo oralista
e degli educatori udenti sui sordi per un lungo periodo.
Nel 1932 a Padova si riuscì ad organizzare un convegno di tutti i
sordi che aderirono all'ordine del giorno di creare l'Ente Nazionale Sordomuti.
L'E.N.S., negli anni '50, istituisce scuole superiori per sordi che stimolano
l'intervento dello Stato costituendo i prodromi per un'istruzione laica
dei sordi che culminerà negli anni '70. La legge n.517 del 1977,
in cui si decreta che ogni handicappato può essere inserito nella
scuola pubblica, rappresenta un cambiamento radicale.
Attualmente le famiglie dei bambini sordi possono scegliere tra scuole speciali
per sordi e scuole d'udenti; la maggior parte dei genitori opta per queste
ultime perché preferisce avere i bambini a casa piuttosto che in
un convitto e perché convinti che con l'inserimento nella scuola
normale ottengano un'istruzione migliore. Nelle scuole per udenti il bambino
sordo, anche se seguito per alcune ore da un insegnante di sostegno che
tuttavia non sempre conosce la lingua dei segni, vive spesso una situazione
d'isolamento non avendo nessun coetaneo sordo con cui incontrarsi, imparare
od esercitarsi nella lingua dei segni. Avendo come unico modello quello
udente la percezione del sé risulta inevitabilmente come quella di
un soggetto diverso dagli altri con il conseguente bisogno di mascherare
il deficit.
Secondo G. Jacobucci (1996), la legge n.517 del 1977 rappresenta un cambiamento
di tattica del potere: dall'esclusione si passa alla normalizzazione. Dietro
alla volontà di integrazione si nasconde un processo per cui il sordo
è accettato a patto che assuma le forme della normalità costituita.
Rendendo 'l'altro' uguale a sé, spogliandolo della sua identità,
lasciandogli comunque un'etichetta di diversità legata al deficit,
il ragazzo sordo si trova così in un limbo tra il normale e il diverso,
l'integrato e l'escluso.
La 517, infatti, da una parte favorisce l'inserimento non organizzato nelle
scuole normali, dall'altra addita le scuole speciali come una pericolosa
autoesclusione con il risultato che queste sono piene dei casi più
difficili: bambini plurihandicappati o con situazioni familiari complesse.
Gli ultimi quindici anni hanno visto la nascita di nuove concezioni
pedagogiche ed educative. Oltre che dell'oralismo si è cominciato
a parlare di educazione bilingue e del metodo bimodale.
Nell'ambito dei metodi oralisti ci sono diverse metodiche che hanno in comune
la convinzione che il gesto uccide la parola e quindi non usano la lingua
dei segni. Nel metodo orale oltre ad una protesizzazione immediata, il bambino
è avviato precocemente alla lettura e alla scrittura dando molto
peso al ruolo della famiglia, e in particolare della madre che per gran
parte della giornata deve continuare col bambino gli esercizi del logopedista.
Secondo Caselli et al. (1994) il limite di alcune metodologie esclusivamente
oraliste è quello di privilegiare tra i molteplici aspetti del linguaggio
solo quello articolatorio, puntando molto sull'articolazione e poco sulla
comprensione, infatti lo stesso arricchimento lessicale è programmato
in base alla difficoltà di pronuncia delle parole non tenendo in
nessun conto il valore semantico. Appare legittimo sostenere che in questo
modo la sordità è considerata solo in una prospettiva riabilitativa
da un punto di vista clinico: diagnosi, grado di sordità, protesizzazione
e logopedia. Si cerca con insistenza di 'normalizzare' il bambino sordo
facendolo assomigliare al bambino normoudente: la questione più rilevante
è che al bambino sia insegnato a parlare bene.
Anche il metodo bimodale condivide l'obiettivo che il bambino sordo raggiunga
una competenza nella lingua parlata e scritta il più simile possibile
ad un bambino udente; condivide invece con il metodo bilingue la convinzione
dell'integrità della facoltà di linguaggio nel bambino sordo.
Si utilizza la modalità visivo-gestuale ma con la sintassi identica
all'italiano parlato.
Nell'educazione bilingue il bambino viene esposto alla lingua vocale e alla
lingua dei segni in contesti separati o da due fonti diverse.
Nel caso del bambino sordo non si può parlare di bilinguismo simultaneo
in quanto l''apprendimento della lingua parlata procede più lentamente
di quello della lingua segnata. Il rapporto tra acquisizione della lingua
dei segni e quello della lingua parlata può essere definito secondo
Taeschner (1985) in termini di bilinguismo successivo. I bambini sordi possono
in pratica acquisire prima la lingua dei segni e più tardi la lingua
parlata e scritta divenendo quindi bilingui.
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