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Rubrica a cura di Luca Bianchi


1. La condizione dei sordi

Per handicap s'intende una condizione che mette un soggetto in una posizione sfavorevole rispetto ad altri, in conseguenza ad una menomazione o disabilità definita 'deficit'.
E' il deficit che limita il ruolo normale di quel soggetto.
E' opportuno approfondire da subito la differenza tra deficit e handicap: "sono due facce della stessa realtà. Il primo rimanda all'aspetto fisico, il secondo all'aspetto sociale" (Mottez B., 1979). Nel nostro caso il deficit è l'udito, mentre l'handicap è l'insieme delle difficoltà che la persona sorda incontra nell'interagire con la società. Quindi una persona con un deficit grave, a causa di fattori individuali e sociali, può avere un handicap inferiore a quello di altri con deficit più lievi. Ad esempio se tutti conoscessimo il linguaggio dei segni (la lingua visivo-gestuale usata dalle persone sorde, si veda.2.2) l'handicap sarebbe quasi nullo per i sordi. La nostra è però una società verbale e chi non padroneggia il codice linguistico vocale è impossibilitato ad assumere ruoli di rilievo e si trova emarginato in qualsivoglia situazione sociale.
La rinnovata attenzione che si è sviluppata a livello socioculturale sul mondo dei sordi ha dato vita ad un dibattito sulla terminologia adottata per descrivere la condizione di sordità.
In realtà è molto semplice scegliere la parola adatta per definire quest'universo.
In questo articolo utilizziamo il termine sordo, comunità sorda, persona sorda, visto che i sordi nella vita quotidiana e nella letteratura da loro prodotta si autodefiniscono tali.

1.1 Che cosa significa essere sordi

Per udire normalmente l'intero apparato uditivo deve essere integro.
La sordità è stata suddivisa in quattro livelli in relazione alla perdita uditiva espressa in decibel:
LIEVE (con soglia tra 20 e 40 decibel)
MEDIA (con soglia tra 40 e 70 decibel)
GRAVE (con soglia tra 70 e 90 decibel)
PROFONDA (con soglia uguale o superiore a 90 decibel).
(La classificazione proviene dal Bureau Internationale d'Audiophpnologie.)
Nelle sordità gravi e profonde non c'è percezione della voce, neppure se si parla vicini e a voce molto alta, mentre è possibile la percezione delle vibrazioni per contatto corporeo o per risonanza e delle frequenze più basse (40-80 hz) o più alte (250-500 hz).

Una distinzione iniziale importante è tra chi nasce sordo, o in ogni modo perde l'udito entro i primi due anni di vita, e chi lo diventa successivamente. Quelli di cui si tratta in questo articolo sono i sordi appartenenti al primo gruppo, cioè coloro i quali non hanno avuto la possibilità di apprendere il linguaggio in modalità vocale per la mancanza del feedback acustico.
"Salvo rarissime eccezioni l'apparato fono-articolatorio dei bambini che nascono sordi è assolutamente integro, ma soprattutto integra è la loro 'facoltà di linguaggio' che semplicemente, in conseguenza del deficit acustico, non può entrare in funzione nello stesso modo in cui ciò avviene nei bambini udenti. Facoltà di linguaggio è quella facoltà che permette ad ogni neonato di imparare una lingua a patto di venir esposto ad essa." (Caselli et al., 1994)

Il bambino ha bisogno degli stimoli ambientali per sviluppare le potenzialità della facoltà di linguaggio. Un bambino esposto al giapponese parlerà giapponese, uno esposto all'italiano parlerà italiano, ma come parlerà un bambino esposto ad un mondo silenzioso'

A questo punto si capisce quanto sia importante una diagnosi tempestiva per lo sviluppo della facoltà di linguaggio in un bambino sordo, perché le strutture della lingua vengono apprese facilmente nell'età che va dai 0 ai 4 anni. Una diagnosi precoce permette alla famiglia di comunicare in maniera efficace, aggirando il deficit, e di iniziare una terapia logopedica. Purtroppo "l'età media alla diagnosi in Italia è tra 19 e 36 mesi" (De Capua B., 1999), malgrado oggi sia possibile sospettare la sordità fin dal terzo giorno dopo la nascita.
Il ritardo nella diagnosi avviene o per impreparazione dei medici o spesso anche per la riluttanza dei familiari a cogliere dei segni che porterebbero alla necessità di affrontare un grande dolore.
L'handicap causato dalla sordità risulta invisibile ad un'osservazione superficiale e difficile da cogliere in tutte le sue problematiche, spesso si parla infatti della sordità come un handicap 'nascosto'.

1.2 L'educazione dei sordi in Italia

Il primo ad affermare in modo esplicito che era possibile educare i sordi fu il medico italiano Girolamo Cardano (1501-1576) che sembra avesse anche elaborato un codice per l'insegnamento che purtroppo non sviluppò. Egli affermava:
"E' necessario che chi è sordo impari a leggere e a scrivere, poiché lo può fare proprio come chi è cieco. E' certo una cosa difficile ma possibile anche per chi sia nato sordo. In realtà noi abbiamo la possibilità di manifestare i nostri pensieri sia con le parole sia con i gesti".

Prima di allora i sordi erano stati considerati semplicemente degli idioti e quindi non educabili. Nel periodo successivo solo i sordi figli di nobili riuscirono ad avere un istruzione tramite degli insegnanti privati. Nella seconda metà del settecento l'abate De l'Epée iniziò come precettore privato, ma arrivò ad aprire la prima scuola pubblica per sordi dando una grande diffusione al suo metodo di insegnamento.
Il metodo De l'Epée è basato su una lingua dei segni che egli rese convenzionale prendendo come base i segni che i suoi primi studenti usavano tra loro. Visto che il suo scopo era quello di insegnare la lingua francese aggiunse dei segni che identificavano le parti grammaticali, quindi mostrava il segno associato al referente o ad un disegno di questo e in ultimo con la parola francese scritta. Così procedendo dal concreto all'astratto riuscì a istruire parecchi sordi tant'è che nel 1785 il suo istituto contava circa 70 allievi e il suo metodo si stava diffondendo in tutta Europa e negli Stati Uniti.
Tra quelli che erano andati ad apprendere il metodo 'francese' c'era anche il prete italiano Tommaso Silvestri. Egli dopo sei mesi di studi da De l'Epée tornò a Roma dove aprì una scuola dal 1784 fino alla sua morte nel 1789. Scrisse un libro che fu pubblicato parzialmente solo 100 anni dopo la sua morte: "Sulla maniera di far parlare e d'istruire speditamente i sordi e muti dalla nascita". Questo manoscritto è conservato presso l'Istituto Nazionale dei Sordi di via Nomentana a Roma.
L'esperienza del Silvestri non rimase isolata; dalla fine del 1700 al 1850 vennero aperti in Italia moltissimi istituti per sordi.
"Da allora la storia dei sordi si identifica in larga misura con quella delle istituzioni educative. E' all'interno di queste che i sordi passano dieci anni della loro vita se non di più lontano dalle famiglie. Sul piano linguistico era anche il luogo dove la maggior parte di loro, non avendo genitori sordi, imparava la lingua dei segni". (Caselli et al., 1994)

Un evento che ha diviso in due periodi distinti questa fase della storia dei sordi è stato il congresso di Milano nel 1880. Prima di questo congresso la lingua dei segni era utilizzata in quasi tutti gli istituti per sordi come sistema per dare all'individuo sordo una competenza linguistica di base, dalla quale partire per conseguire un'istruzione più approfondita vocale o scritta. "In questo periodo assistiamo ad una fioritura di opere scritte da persone sorde molto feconde, e anche all'inserimento di diversi illustri sordi insegnanti negli istituti per sordi, quali Carbonieri, Micheloni e Basso". (Radutzki E., 1992)
Al contrario dopo il 1880 scompaiono le testimonianze dirette dei sordi e rimangono solo quelle degli educatori udenti. Nel congresso si deliberò la superiorità della parola articolata sui gesti dichiarando la supremazia del metodo orale per l'educazione dei sordomuti, cancellando improvvisamente tutte le esperienze precedenti che utilizzavano i segni e il metodo misto.
Nascevano appena allora l'audiologia e la fonologia che ponevano la professione medica in stretto rapporto col processo educativo, e il metodo oralista della scuola tedesca era considerato l'espressione scientifica di questo progresso; inoltre le associazioni dei sordi erano pronte ad accettare di buon grado il cambiamento dai vecchi metodi a quello 'moderno e scientifico', per ottenere in cambio un certo potere senza dover cedere completamente l'istruzione dei sordi ai medici.
Il metodo orale rientrava nel progetto generale di omogeneizzazione linguistica di un paese che cercava l'unità nazionale e la costituzione di un potere centrale anche attraverso la repressione delle minoranze "perseguendo l'idea che lingua e nazione fossero legate vicendevolmente in un rapporto di corrispondenza e di stretta unità". (De Mauro T., 1993)
Infine anche il clero sostenne la scelta oralista facendone una questione religiosa: perché il sordo possa pregare e confessarsi deve saper parlare.
Nella realtà la lingua dei segni continuò ad essere usata nella vita di tutti i giorni dai sordi al di fuori delle aule scolastiche. Questa separazione portò ad una perdita di consapevolezza dei sordi stessi sul fatto che i 'gesti' costituissero una lingua paragonabile a quella verbale, permettendo così la supremazia dello status quo oralista e degli educatori udenti sui sordi per un lungo periodo.
Nel 1932 a Padova si riuscì ad organizzare un convegno di tutti i sordi che aderirono all'ordine del giorno di creare l'Ente Nazionale Sordomuti.
L'E.N.S., negli anni '50, istituisce scuole superiori per sordi che stimolano l'intervento dello Stato costituendo i prodromi per un'istruzione laica dei sordi che culminerà negli anni '70. La legge n.517 del 1977, in cui si decreta che ogni handicappato può essere inserito nella scuola pubblica, rappresenta un cambiamento radicale.
Attualmente le famiglie dei bambini sordi possono scegliere tra scuole speciali per sordi e scuole d'udenti; la maggior parte dei genitori opta per queste ultime perché preferisce avere i bambini a casa piuttosto che in un convitto e perché convinti che con l'inserimento nella scuola normale ottengano un'istruzione migliore. Nelle scuole per udenti il bambino sordo, anche se seguito per alcune ore da un insegnante di sostegno che tuttavia non sempre conosce la lingua dei segni, vive spesso una situazione d'isolamento non avendo nessun coetaneo sordo con cui incontrarsi, imparare od esercitarsi nella lingua dei segni. Avendo come unico modello quello udente la percezione del sé risulta inevitabilmente come quella di un soggetto diverso dagli altri con il conseguente bisogno di mascherare il deficit.
Secondo G. Jacobucci (1996), la legge n.517 del 1977 rappresenta un cambiamento di tattica del potere: dall'esclusione si passa alla normalizzazione. Dietro alla volontà di integrazione si nasconde un processo per cui il sordo è accettato a patto che assuma le forme della normalità costituita. Rendendo 'l'altro' uguale a sé, spogliandolo della sua identità, lasciandogli comunque un'etichetta di diversità legata al deficit, il ragazzo sordo si trova così in un limbo tra il normale e il diverso, l'integrato e l'escluso.
La 517, infatti, da una parte favorisce l'inserimento non organizzato nelle scuole normali, dall'altra addita le scuole speciali come una pericolosa autoesclusione con il risultato che queste sono piene dei casi più difficili: bambini plurihandicappati o con situazioni familiari complesse.

1.3. Metodi educativi

Gli ultimi quindici anni hanno visto la nascita di nuove concezioni pedagogiche ed educative. Oltre che dell'oralismo si è cominciato a parlare di educazione bilingue e del metodo bimodale.
Nell'ambito dei metodi oralisti ci sono diverse metodiche che hanno in comune la convinzione che il gesto uccide la parola e quindi non usano la lingua dei segni. Nel metodo orale oltre ad una protesizzazione immediata, il bambino è avviato precocemente alla lettura e alla scrittura dando molto peso al ruolo della famiglia, e in particolare della madre che per gran parte della giornata deve continuare col bambino gli esercizi del logopedista. Secondo Caselli et al. (1994) il limite di alcune metodologie esclusivamente oraliste è quello di privilegiare tra i molteplici aspetti del linguaggio solo quello articolatorio, puntando molto sull'articolazione e poco sulla comprensione, infatti lo stesso arricchimento lessicale è programmato in base alla difficoltà di pronuncia delle parole non tenendo in nessun conto il valore semantico. Appare legittimo sostenere che in questo modo la sordità è considerata solo in una prospettiva riabilitativa da un punto di vista clinico: diagnosi, grado di sordità, protesizzazione e logopedia. Si cerca con insistenza di 'normalizzare' il bambino sordo facendolo assomigliare al bambino normoudente: la questione più rilevante è che al bambino sia insegnato a parlare bene.
Anche il metodo bimodale condivide l'obiettivo che il bambino sordo raggiunga una competenza nella lingua parlata e scritta il più simile possibile ad un bambino udente; condivide invece con il metodo bilingue la convinzione dell'integrità della facoltà di linguaggio nel bambino sordo. Si utilizza la modalità visivo-gestuale ma con la sintassi identica all'italiano parlato.
Nell'educazione bilingue il bambino viene esposto alla lingua vocale e alla lingua dei segni in contesti separati o da due fonti diverse.
Nel caso del bambino sordo non si può parlare di bilinguismo simultaneo in quanto l''apprendimento della lingua parlata procede più lentamente di quello della lingua segnata. Il rapporto tra acquisizione della lingua dei segni e quello della lingua parlata può essere definito secondo Taeschner (1985) in termini di bilinguismo successivo. I bambini sordi possono in pratica acquisire prima la lingua dei segni e più tardi la lingua parlata e scritta divenendo quindi bilingui.

2. La comunicazione dei sordi



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