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Rubrica a cura di Luca Bianchi:


2. La comunicazione dei sordi

Un tratto comune a tutte le lingue dei segni, studiate sino a questo momento, è l'uso simultaneo di più canali e di diversi segnali espressivi nella produzione dell'atto comunicativo. Come vedremo i segni sono prodotti con le mani ma anche con diverse parti del corpo, con alterazioni dell'espressione facciale, della direzione e della postura del corpo. Tra le componenti non manuali si annoverano anche movimenti articolatori delle labbra e della bocca con diverse funzioni semantiche e sintattiche. Al contrario della gestualità cooverbale, effettuata nella comunicazione tra persone udenti, il grado di codificazione dei significanti che troviamo nelle lingue dei segni è molto elevato (Pizzuto E., 2002).

2.1. La dattilologia e la labiolettura

Con il termine dattilologia (da 'dattilos', dito e 'logos' discorso, studio) ci si riferisce all'alfabeto manuale a volte usato anche dagli udenti che non hanno avuto alcun contatto con le persone sorde; fondato su configurazioni statiche è uno dei mezzi di comunicazione visivo-gestuali più semplici. Consiste com'è noto nel formare con le dita e la mano le lettere dell'alfabeto.
Leroi-Gourhan (1977) fa notare come il perfezionamento del cervello nella storia dell'evoluzione animale vada di pari passo a quella della mano; nei mammiferi quanto più la mano è articolata tanto più è sviluppato il cervello.
E' facile notare dalle illustrazioni dei vari linguaggi dei segni che si sono succeduti nella storia dei sordi, un'evoluzione nell'economia del gesto: si passa da lettere segnate con entrambe le mani, aventi come luoghi spaziali di esecuzione del segno diverse parti del corpo, all'alfabeto manuale ora in uso, caratterizzato dall'uso di una sola mano e dall'utilizzo esclusivo dello spazio neutro davanti al segnante come luogo di esecuzione.
Nei metodi didattici la dattilologia è indispensabile per rendere comprensibile un nuovo vocabolo, e affianca la labiolettura per la comunicazione di parole con un'impostazione fonatoria simile per lo spelling delle parole di lingue straniere.
La dattilologia ha un ruolo importante nell'italiano segnato esatto (ISE) usato nel metodo bimodale in quanto sostituisce tutte le parti grammaticali estranee alla Lingua Italiana dei Segni (LIS) (Piglicampo, 1998).

Nella LIS, invece, la dattilologia è scarsamente usata rispetto alle altre lingue dei segni. In particolare è usata per i nomi propri che non possiedono un segno specifico (cognomi, nomi di città e luoghi geografici) e per l'inizializzazione, cioè l'uso della prima lettera di una parola come configurazione del segno corrispondente alla parola.

Con la definizione labiolettura ci si riferisce alla tecnica di decodificare ed identificare i movimenti dell'apparato fonatorio e labiale della persona che comunica col sordo.
Il sordo può così riconoscere i movimenti labiali che formano una o più parole senza l'uso della voce dell'interlocutore. Secondo Pigliacampo (1998) la labiolettura deve tener conto dei seguenti problemi:

Parlare bene al sordo è molto difficile e gli insegnanti, i genitori o il logopedista, dovranno leggere loro stessi le labbra del sordo perché se non sono in grado di 'labioleggere' non sono neanche all'altezza di mostrare correttamente i fonemi sulle loro labbra.

2.2 Lingua italiana dei segni (LIS)

Le lingue dei segni sono lingue giovani e antiche allo stesso tempo. Antiche dal momento che sono da sempre usate dai sordi per comunicare, infatti, la modalità segnica è quella spontanea per le persone sorde, perché impegna i canali visivo-gestuali che sono privi di deficit. Giovani perché bisognerà attendere la fine degli anni cinquanta quando uno studioso americano, William Stokoe (1960), studiando l'American Sign Language (ASL), capì che le lingue dei segni hanno caratteristiche linguistiche analoghe a quelle delle lingue vocali.

In Italia lo studio della lingua italiana dei segni è cominciato alla fine degli anni settanta grazie a un gruppo di ricercatori del CNR, coordinati da Virginia Volterra. Per riassumere si tratta di una lingua antica che per secoli è stata trasmessa 'oralmente', priva della testimonianza di una letteratura e per alcuni periodi costretta ad una semiclandestinità, negli ultimi anni acquisisce lo status di lingua, s'inizia a studiarne la grammatica e la sintassi, escono i primi dizionari.
Le ricerche pubblicate da Volterra (1987) mostrano chiaramente che la lingua dei segni utilizzata dai sordi italiani non è un linguaggio, ma possiede le caratteristiche proprie di una vera lingua.
La presenza di precise regole morfologiche e sintattiche è una caratteristica importante che distingue una lingua dei segni da un linguaggio gestuale o da una pantomima.
Esiste un'articolazione sistematica, corrispondente all'articolazione fonologica della lingua vocale; è possibile dall'analisi dei segni individuare dei parametri formazionali, da cui nascono tutti i segni della lingua ed è inoltre possibile individuare un lessico, una morfologia, una sintassi.
Queste ricerche hanno portato alla scoperta di quattro parametri fondamentali nell'articolazione dei gesti nella LIS:

"Come nella lingua verbale due fonemi si dicono distinti e significativi se esistono almeno due parole che cambiano di significato al variare dei due suoni (ad esempio, /pasta/, /basta/ si differenziano solo per uno dei fonemi che le compongono: /p/ e /b/ rispettivamente), così si dice che due parametri sono distinti se si individuano due segni con diversi significati che si distinguono solo per una caratteristica: il luogo di esecuzione, la configurazione, l'orientamento o il movimento". (Caselli et al., 1994).
Quindi al variare di uno dei parametri distintivi della lingua dei segni, varia il significante del segno che si vuole esprimere. Questa suddivisione è stata imprescindibile per una corretta tassonomia del patrimonio lessicale della LIS
All'inizio degli anni novanta sono stati pubblicati tre dizionari relativi alla LIS. L'uscita di queste pubblicazioni, dovuta al desiderio dei sordi italiani di diffondere questa lingua e degli udenti di impararla nei corsi che intanto si tenevano in varie città italiane, ha contribuito ad evolvere il processo d'istituzionalizzazione della LIS.
Il Dizionario bilingue elementare della lingua dei segni italiana a cura di E.Radutsky (1992) è senz'altro la più imponente di queste opere.
Presenta più di 2.500 segni e per ciascuna voce è riportata la rappresentazione grafica, la trascrizione del segno relativa ai parametri fondamentali, la traduzione in italiano, alcune frasi esplicative del contesto, sinonimi in segni, varianti fonologiche, aree geografiche di reperimento dei segni.

l'immagine rappresenta un esempio di voce del dizionario LIS

Figura 1: Esempio di voce del dizionario a cura di E.Radutsky (1992)
1. Disegno; 2. Trascrizione; 3. Numero di identificazione; 4. Traduzione/i in italiano 5. Frasi esplicative del contesto; 6. Sinonimi in segni; 7. Varianti fonologiche; 8. Categorie grammaticali; 9. Aree geografiche di reperimento del segno; 10. Annotazioni varie.


Questo lavoro è esplicativo della complessità nell'operare un interfacciamento tra due lingue veicolate in due modalità differenti.
Analizziamo gli elementi morfologici e sintattici della LIS per vedere se e come questi influenzano l'italiano scritto dei sordi.
I SOSTANTIVI nella LIS non hanno differenze di genere. Per quanto riguarda il numero è necessario distinguerli in due classi:

l'immagine rappresenta come viene rappresentata la parola tanti nel dizionario LIS

FIGURA 2: TANTI/E
Esempio di voce del Dizionario bilingue elementare della lingua dei segni italiana a cura di E.Radutsky (1992)

l'immagine rappresenta come viene rappresentata la parola mollette nel dizionario LIS

FIGURA 3: MOLLETTE
Esempio di voce del Dizionario bilingue elementare della lingua dei segni italiana a cura di E.Radutsky (1992)


Per quanto riguarda i VERBI possiamo distinguere tre classi:

Per quanto riguarda gli aspetti temporali non esistono nella LIS i tempi dei verbi come nelle lingue vocali. Per indicare che un'azione è avvenuta nel passato ed è terminata, si usa aggiungere al segno del verbo il segno 'fatto' ad esempio 'bere + fatto' è uguale a bevuto.
In generale esiste una linea del tempo convenzionale che va dalla spalla dell'insegnante verso l'interlocutore; la collocazione del segno in punti diversi di questa linea indica la maggiore vicinanza o lontananza nel tempo dell'azione espressa dal verbo (Cameracanna e Corazza, 1989, Corazza e Pizzuto, 1992).
Come nel caso di alcune lingue vocali, nella LIS non esistono gli ARTICOLI e il verbo 'essere' come ausiliare. Non esistono, inoltre, segni specifici per le PREPOSIZIONI che sono espresse in altri modi.

Passando alla sintassi, per esprimere una frase interrogativa vengono utilizzate particolari espressioni facciali e movimenti del corpo: sollevamento delle sopracciglia e spostamento della testa e delle spalle in avanti.
L'aspetto sintattico della LIS più indagato è quello dell'ordine dei segni nella frase. Secondo Laudanna e Volterra (1991), nelle lingue dei segni ci si distacca dall'ordine lineare SVO proporzionalmente alla presenza di alcuni meccanismi tipici delle lingue segnate quali: le variazioni spaziali nel posizionamento e orientamento dei segni, la direzione o l'ampiezza del movimento. Sembra poi che la lingua parlata e la lingua dei segni presentino una serie di analogie: pur avendo regole specifiche ben distinte, le relazioni tra gli elementi della frase vengono espresse sia dall'ordine sia da altre strategie caratteristiche della modalità espressiva.
Ecco la testimonianza di un ricercatore udente alle prese con l'apprendimento della LIS: "Avvezzi ad una modulazione tonale più che 'corporea', la vera difficoltà nel renderci intellegibili la trovammo proprio nel dover 'sciogliere i nostri corpi, le nostre espressioni, le nostre posture. Mi trovai ben presto a dover 'modulare' le espressioni del volto assumendo, circa il contesto della frase, atteggiamenti di domanda, di confusione, di stupore, in sostanza di 'accompagnare' con il viso le mani segnanti cercando di rendere più chiaro ed interessante il concetto da esprimere" (Perretti A., 1996).
Si può affermare che la modalità visivo-gestuale influenza lo stabilirsi di alcune regole linguistiche basate su strategie di tipo sia semantico sia percettivo.

3. La comunicazione nell'era digitale: il passato

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